La sanità pubblica dovrebbe fondarsi su prove solide e trasparenti — non su slogan, marketing o interpretazioni selettive della letteratura scientifica. È questo il messaggio della biochimica Lucija Tomljenović, che in una lunga intervista al Slobodni Podcast ha messo in discussione la narrativa dominante sui programmi di vaccinazione contro l’HPV.

Secondo Tomljenović, la diffusa affermazione secondo cui il vaccino HPV ridurrebbe il rischio di cancro cervicale fino all’80% se somministrato prima dei 16 anni non resisterebbe a un’analisi critica dei dati.

La ricercatrice — autrice di oltre una dozzina di pubblicazioni scientifiche sull’HPV e testimone esperta in procedimenti legali contro Merck, produttrice del vaccino Gardasil — sostiene che le prove a sostegno di tali dichiarazioni siano molto più fragili di quanto venga comunemente comunicato.

Uno dei punti centrali della sua critica riguarda le revisioni Cochrane del 2025, spesso citate dalle autorità sanitarie come prova che la vaccinazione riduca drasticamente l’incidenza del cancro cervicale. Analizzando la revisione — oltre 300 pagine di studi epidemiologici — Tomljenović evidenzia che la maggior parte degli studi inclusi è classificata dagli stessi revisori Cochrane come a rischio di bias “serio” o “critico”. In queste condizioni, sostiene, è metodologicamente incoerente concludere che esistano prove di “certezza moderata” sull’efficacia del vaccino. “Garbage in, garbage out”, riassume: se gli studi di base sono di scarsa qualità, anche le conclusioni risultano inevitabilmente fragili.

Un altro nodo riguarda gli endpoint degli studi clinici. I trial randomizzati sui vaccini HPV non hanno mai utilizzato il cancro cervicale invasivo come esito primario, ma si sono basati su marcatori surrogati, come la neoplasia intraepiteliale cervicale di grado 2 (CIN2). Tuttavia, molte di queste lesioni regrediscono spontaneamente senza evolvere in cancro. Anche assumendo che CIN2 sia un indicatore valido, i dati mostrerebbero che Gardasil 9 ha dimostrato circa il 60% di efficacia contro CIN2 o lesioni più gravi in un follow-up di circa 3,5 anni.

Secondo Tomljenović, non è logicamente giustificabile trasformare questo risultato in affermazioni di prevenzione del 90% del cancro cervicale lungo tutta la vita, considerando che la malattia si sviluppa in decenni e gli studi hanno osservato i partecipanti per pochi anni.

La ricercatrice richiama poi l’attenzione sui dati epidemiologici di diversi Paesi, tra cui Regno Unito, Australia e Stati Uniti. In queste nazioni, sottolinea, l’incidenza del cancro cervicale era già in forte calo prima dell’introduzione dei vaccini HPV nei programmi vaccinali, grazie soprattutto ai programmi di screening. Nel Regno Unito, ad esempio, i tassi di cancro cervicale avevano già raggiunto livelli storicamente bassi prima dell’introduzione della vaccinazione, mentre in Australia — nonostante coperture vaccinali molto elevate — non si sarebbe osservato un miglioramento altrettanto drastico nei tassi di cancro.

Tomljenović critica anche la gestione delle informazioni sugli eventi avversi. Secondo lei, alcune complicazioni segnalate nei case report e nei sistemi di farmacovigilanza non sarebbero adeguatamente riportate nelle informazioni ufficiali dei vaccini. Tra gli eventi citati figurano aritmie cardiache, encefalomielite emorragica acuta, disturbi del sistema nervoso autonomo, sindrome da fatica cronica, insufficienza ovarica precoce e disabilità permanenti. Sebbene riconosca che gli eventi gravi possano essere rari, sostiene che la popolazione dovrebbe essere informata in modo completo sui potenziali rischi.

Infine, la biochimica solleva interrogativi sul ruolo degli interessi economici nelle politiche vaccinali. Uno studio pubblicato nel 2012 sull’American Journal of Public Health ha documentato il coinvolgimento di Merck nel promuovere e redigere legislazioni negli Stati Uniti che rendevano obbligatoria la vaccinazione HPV per la frequenza scolastica, attraverso attività di lobbying, campagne di marketing e collaborazione con organizzazioni mediche e legislative. Tomljenović cita inoltre il fenomeno della “porta girevole” tra agenzie regolatorie e industria farmaceutica, ricordando il caso dell’ex direttrice dei CDC Julie Gerberding, poi diventata dirigente della divisione vaccini di Merck.

Come alternativa preventiva, Tomljenović ribadisce il ruolo centrale degli screening cervicali, in particolare il Pap test, che negli ultimi decenni ha contribuito in modo determinante alla riduzione della mortalità per cancro cervicale.

Secondo la ricercatrice, esporre bambini e adolescenti sani a rischi vaccinali a lungo termine ancora incerti, in assenza di benefici chiaramente dimostrati, rappresenterebbe una scelta scientificamente discutibile e eticamente problematica.

La questione, conclude, richiede più trasparenza, più rigore scientifico e meno semplificazioni propagandistiche.